Le prepotenze a scuola: il fenomeno del bullismo

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Il bullismo, a differenza del conflitto, presuppone uno sbilanciamento di “potere” fra le due parti; non esiste quindi reciprocità, rispetto o comunicazione bensì nei fenomeni di bullismo una parte esercita la prevaricazione e l’altra subisce perché ha paura, perché si sente isolata, perché ha un carattere debole o ha una scarsa stima di sé o comunque non ha capacità assertive (Ardone, Baldry, 2003).

Nel fenomeno del bullismo la prevaricazione di una parte sull’altra rappresenta quindi l’elemento principale che lo differenzia dal conflitto. Il bullismo è una sottocategoria del comportamento aggressivo, è un tipo di comportamento  diretto, spesso ripetutamente, verso una vittima particolare, che è incapace di difendersi efficacemente, perché è giovane, o meno forte o psicologicamente meno sicura (Fonzi, 2006).

Nell’articolo citato Fonzi ricorda inoltre i tre elementi che caratterizzano il fenomeno: intenzionalità del bullo che vuole provocare un danno alla vittima, persistenza come ripetizione degli episodi di prepotenza, disequilibrio di potere tra bullo e vittima.

Il fenomeno oggi coinvolge i bambini che frequentano la scuola primaria e i ragazzi della scuola secondaria di primo e di secondo grado.

Le prime ricerche su questo fenomeno sociale sono state condotte da Olweus, un docente dell’Università di Bergen in Norvegia che, su incarico del Ministro della Pubblica Istruzione, effettuò un monitoraggio nazionale del fenomeno nelle scuole norvegesi e svedesi.

Il bullismo incide sul clima scolastico creando una forte conflittualità fra compagni ma anche fra insegnanti e alunni. Non soltanto le vittime, ma anche i bulli e il sistema scolastico risentono del clima sociale basato sull’aggressività e sulle prepotenze.

Il bullismo è una forma acutizzata di conflitto reiterato nel tempo in cui però, a differenza del conflitto, esiste una parte che prevarica e una vittima; può essere di tipo verbale (chiamare con brutti epiteti, offendere), fisico (prendere a calci, pugni, schiaffi) o psicologico (escludere qualcuno di proposito dal proprio gruppo di amici, mettere in giro voci sul conto di qualcuno).

Anche Menesini, Ciucci, Tomada e Fonzi (in Fonzi, 1999) ricordano le caratteristiche distintive del bullismo come l’intenzionalità e la ripetitività nel tempo. Le autrici riportano i profili psicologici e relazionali tracciati per ciascun ruolo coinvolto nel fenomeno. Il “bullo”, ovvero l’autore delle prepotenze, secondo Olweus, ha un comportamento aggressivo verso i coetanei e verso gli adulti, mostra scarsa empatia per la vittima, ha un forte bisogno di dominare gli altri. La vittima è solitamente più ansiosa e insicura degli altri studenti, se attaccata reagisce piangendo, ha scarsa autostima e fiducia in sè. Il bullo-vittima o vittima provocatrice evidenzia difficoltà di regolazione a livello emotivo, è irritabile, iperattivo. I soggetti esterni, cioè i compagni di classe  non sono coinvolti nel fenomeno  hanno un ruolo di osservatori esterni.

Già i primi studi condotti in Italia sulle prepotenze e riportati in Il bullismo in Italia, il fenomeno delle prepotenze a scuola dal Piemonte alla Sicilia (a cura di Fonzi, 1997) mostravano come questo fenomeno in Italia sia molto più elevato che altrove e che le prepotenze agite nella scuola sono soprattutto di tipo verbale.

Lo strumento utilizzato per condurre i primi studi in Italia, in alcune scuole di Firenze e di Cosenza, è stato un adattamento del questionario anonimo elaborato da Olweus che ha lo scopo di indagare temi quali le relazioni di amicizia, le prepotenze subite, le prepotenze agite, gli atteggiamenti di bambini ed insegnanti verso il fenomeno. L’uso di questo strumento è stato affiancato da interviste individuali. Nel corso degli anni, sono state poi coinvolte altre città italiane in cui, gruppi di ricercatori, hanno condotto vari studi per verificare l’incidenza e le caratteristiche del fenomeno delle prepotenze nelle scuole dei vari territori.

Dalle indagini condotte nella città di Napoli, riportate da Bacchini e Valerio (in Fonzi, 1997) egià mergeva come per i ragazzi delle scuole elementari e medie la prepotenza sia “qualcosa di familiare e quotidiano”. Le prepotenze subite almeno “qualche volta” dalla metà circa del campione intervistato sono le offese verbali, seguite dalla violenza fisica, dai furti, dalle minacce, dalle prese in giro e infine dall’esclusione dai gruppi. Nel campione si può osservare come le ragazze che frequentano la scuola media si dichiarano prepotenti il doppio rispetto alle loro coetanee delle altre città italiane.

Tra i ragazzi l’uso di comportamenti aggressivi, soprattutto di tipo fisico, è molto comune ed è approvato dal gruppo dei pari (Menesini, Gini, 2000). I ricercatori sottolineano inoltre come sia frequente la tendenza a nominare se stessi tra i difensori della vittima, «anche quelli che, secondo i compagni, sono attivamente coinvolti nel fare prepotenze sostengono di mettere in atto con maggiore frequenza comportamenti prosociali» (Menesini, Gini, 2000).

I bambini  maschi che ricevono prepotenze, sia alle elementari che alle medie sono più raramente delle “semplici” vittime, la loro è dunque più spesso una interazione conflittuale piuttosto che una forma di molestia a senso unico. I maschi che fanno prepotenze alle elementari sono più frequentemente delle femmine dei bulli “puri”, mentre alle medie non c’è differenza tra i due sessi (Smorti, Ciucci, Fonzi in Fonzi, 1997). Inoltre nel passaggio dalle elementari alle medie sono sempre più i maschi a rendersi responsabili di atti di sopraffazione. I dati permettono di osservare come nella scuola media le prepotenze fatte superino quelle subite portando i maschi a diventare sempre più “bulli” e sempre meno “vittime”.

Bulli e vittime risultano entrambi differenziarsi dai compagni per alcune caratteristiche, accomunati da un’unica piattaforma disadattiva, seppure articolata in direzioni spesso diverse. Ciò si riscontra in particolare dai dati sul malessere/benessere, in cui bulli e vittime si differenziano dai compagni per evidenti connotazioni maladattive, che nei primi si concretizzano in disturbi della condotta e nei secondi in sentimenti di ansia e di depressione (Fonzi, 1999). Le vittime risultano meno competenti nel leggere le emozioni sui volti altrui, rivelano dunque una scarsa padronanza della grammatica emotiva. Fa eccezione il riconoscimento della felicità per cui bulli e vittime si trovano allineati su livelli simili, inferiori rispetto a quelli di gruppi di controllo. I bulli si differenziano in senso negativo sia dalle vittime che dal controllo nell’ambito del disimpegno morale, presentano un punteggio elevato per quel che riguarda il meccanismo di deumanizzazione della vittima. Ai ragazzi è stato chiesto di mettersi nei panni del bullo e valutare le emozioni provate nel ruolo spiegandone il perché. I risultati di vari  studi evidenziano come i bulli si attribuiscono alti livelli di disimpegno morale inteso come sentimento di indifferenza nei confronti della vittima e un atteggiamento di orgoglio verso se stessi.

La giustificazione egocentrica che spesso il bullo riporta rende conto delle difficoltà cognitive di questi soggetti nel mettersi nei panni degli altri anche quando giudicano se stessi responsabili dell’evento negativo (Menesini, Fonzi e Sanchez, 2002).

Giampietro e Caravita (2006)  hanno rilevato delle  somiglianze nei tratti caratteristici del bullismo quali la manipolazione degli stati mentali altrui, il desiderio di dominio e alcuni aspetti del machiavellismo definito da Christie e Geis (1970) come quel  tratto di personalità caratterizzato dalla capacità di manipolare gli altri per interesse personale.

Il machiavellismo si caratterizza per: distacco emotivo nelle relazioni interpersonali, indipendenza dai canoni della morale convenzionale, mancanza di inibizione nel rapporto con gli altri, spiccato senso della realtà, uso dell’adulazione e dell’inganno nelle relazioni interpersonali, desiderio di esercitare potere.

Fox e Boulton (2005) hanno ipotizzato che alcune caratteristiche comportamentali delle vittime del bullismo possano essere dovute alla povertà di competenze sociali e possano incrementare il rischio di vittimizzazione. Le vittime spesso sono percepite come vulnerabili nel comportamento, non assertive, rinforzano i bulli, sono solitarie e provocatorie.

Smith, Talamelli, Cowie, Naylor e Chauhan (2004) hanno riportato un dato secondo cui il 10-20% dei bambini riporta di essere stato vittima di episodi di bullismo a scuola. Le vittime di bullismo incorrono spesso in esperienze di ansia e depressione e possono manifestare problemi di comportamento a scuola. Avere degli amici, e soprattutto un migliore amico, è una condizione di protezione contro i rischi della vittimizzazione. Le vittime non aggressive rispondono agli episodi di bullismo con la sottomissione mentre le vittime aggressive hanno atteggiamenti provocatori. Molte vittime non chiedono aiuto; in alcuni studi si è osservato come vittime “stabili” hanno alti livelli di solitudine e bassi livelli di autostima.

Esiste una forte relazione tra l’essere frequentemente coinvolti in episodi di prepotenze a scuola e alcune conseguenze a lungo termine. I ragazzi che agiscono il bullismo tendono, in età adolescenziale, ad incorrere in problemi di devianza, criminalità, uso di sostanze stupefacenti. I bambini sottoposti a molestie da parte dei compagni sono maggiormente esposti ai rischi di sviluppare bassa autostima, abbandono scolastico e depressione.

I ricercatori concordano sull’importanza di programmi di intervento volti a promuovere relazioni interpersonali positive a scuola. Questi interventi devono essere inseriti in un contesto di progetti che mirano a migliorare il clima della scuola, la comunicazione e la fiducia verso gli adulti da parte dei bambini.

La prevenzione attraverso un clima scolastico che condanni la violenza e sostenga il rispetto e la cooperazione sembra essere la vera sfida per tutti gli psicologi, gli insegnanti, gli educatori che lavorano, e vivono, nella scuola con i bambini (Gini, Benelli, Casagrande, 2003).

Menesini (2007) ha illustrato i possibili interventi antibullismo nella scuola. Le varie esperienze, condotte anche in ambito internazionale, riconoscono fondamentale la sensibilizzazione verso il fenomeno del bullismo; è stata da più parti riconosciuta la necessità di usare un approccio ecologico che permetta di attuare progetti che coinvolgano l’intera scuola e di organizzare iniziative rivolte alla sensibilizzazione della comunità. Oltre a sensibilizzare il mondo della scuola e la comunità è necessario prevenire, cioè insegnare ai ragazzi modalità d’interazione positiva con i compagni e informare sulle conseguenze disadattive del comportamento da bullo.

Nell’articolo citato Menesini (2007) descrive i tre principali approcci utili a contrastare il fenomeno del bullismo:

  1. approccio istituzionale e di politica scolastica: è uno degli approcci più efficaci in quanto coinvolge non solo il gruppo dei pari ma anche la cultura della scuola, i rapporti tra scuola e famiglia e il sistema dei valori della comunità di riferimento;
  2. approccio curricolare: risulta meno efficace del precedente in quanto dipende dalla volontà e dall’iniziativa del singolo insegnante il quale elabora un percorso che, attraverso stimoli culturali (narrativa, film, rappresentazioni teatrali) favorisce una progressiva presa di coscienza da parte dei ragazzi;
  3. approccio di potenziamento delle abilità emotive e sociali e di promozione della convivenza sociale: questo approccio può prevedere un training di potenziamento delle abilità socio-emotive o modelli di tutoring e supporto fra pari.
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